Chiostro del monastero e Istituto Emiliani di Fognano (XIX secolo), dove si è svolta la seconda edizione del Festival dei Libri di Brisighella.

 
STORIA E CULTURA
Un incontro con Francesco
Tra le pagine del Festival dei libri
 

MERCOLEDÌ 28 OTTOBRE 2026 | DI SILVIA RUGGIERO | TEMPO DI LETTURA: 3 MINUTI

*Questo articolo è uscito nel numero di Settembre-Ottobre 2026 di Terre & Culture nella rubrica Psicologia dei luoghi.

 

 

 

Ci sono luoghi nei quali i libri esposti aspettano un’occasione. Aspettano qualcuno che passi, rallenti, allunghi una mano, ne prenda uno, ne accarezzi la copertina, lo apra distrattamente e poi, magari, si accorga di essere già entrato in un altro mondo.

Una delle sensazioni più belle che si provano camminando tra gli stand del Festival dei Libri, che quest’anno ha lasciato il centro di Brisighella per approdare a Fognano, negli spazi dell’Istituto Emiliani. Una scelta che ha dato alla manifestazione un’atmosfera particolare: più raccolta, sospesa, capace di trasformare per due giorni un luogo di passaggio in una piccola città delle storie. L’edizione 2026 ha riunito postazioni espositive, autori e case editrici, confermando quanto il libro, nonostante tutto, continui a cercare un posto nella nostra vita.

Camminando tra i tavoli si ha una strana sensazione: ogni copertina è una porta. Ogni titolo è una promessa. Ogni volume contiene una quantità incalcolabile di vite possibili. Il libro è, in fondo, uno scrigno. Dentro non ci sono soltanto parole, ma paure, desideri, ricordi, fantasie, domande. Ci sono persone che hanno trascorso mesi o anni cercando di dare una forma a qualcosa che prima esisteva soltanto dentro di loro. E quando quel qualcosa diventa un libro, può finalmente incontrare qualcun altro. Questo è uno degli aspetti più affascinanti della lettura: la possibilità di riconoscersi in qualcosa che è stato scritto da uno sconosciuto. Leggiamo per conoscere, ma anche per sentirci meno soli.

E forse è proprio per questo che il Festival dei Libri ha un’energia diversa da quella di una normale libreria. Qui le storie hanno un volto. Gli autori sono lì, a pochi metri dai loro libri. Le persone possono incontrarli, ascoltarli, fare una domanda. Il libro smette per qualche minuto di essere un oggetto e torna a essere ciò che era all’origine: un gesto umano rivolto a un altro essere umano.

Poi c’è il palco.

Un piccolo palco di legno sul quale gli autori salgono per raccontare le proprie opere. E guardandoli viene quasi da sorridere per una somiglianza inattesa: sembrano bambini che salgono sul palco della scuola per recitare la poesia di Natale.

Hanno spesso gli occhi sognanti. E, dietro le parole, qualcosa che assomiglia alla speranza. Perchè pubblicare un libro significa anche esporsi. Significa consegnare agli altri una parte di sè e accettare che venga guardata, giudicata, amata oppure ignorata. Sul palco non sale soltanto lo scrittore: sale la persona che ha creduto abbastanza nella propria storia da decidere che meritasse di essere raccontata.

E intanto, davanti agli stand, la gente sfoglia.

Si inebria del profumo della carta.

Un profumo antico, quasi primordiale, che sembra appartenere alla memoria prima ancora che all’olfatto. Difficile spiegare perchè la carta abbia un odore così rassicurante. Forse perchè il libro cartaceo è un oggetto fisico, concreto, che possiamo tenere tra le mani. Ha un peso, una consistenza, un rumore. Le pagine frusciano. La copertina si piega. Il volume può essere sottolineato, consumato, prestato, ritrovato anni dopo su uno scaffale. E mentre la carta cerca faticosamente di sopravvivere alle bordate degli ebook, ci si accorge che forse non è soltanto una questione di tecnologia. È una questione di esperienza.

Il digitale ci permette di avere migliaia di libri dentro un dispositivo. La carta ci permette di avere un libro dentro le mani. Sono due cose diverse.

Ed è proprio in questa atmosfera che una copertina può improvvisamente catturare l’attenzione.

Francesco. Un nome che appartiene alla memoria collettiva, alla storia religiosa e culturale dell’Occidente, ma anche a qualcosa di più intimo: all’idea di una persona che ha scelto di spogliarsi progressivamente di ciò che possedeva per cercare ciò che davvero contava. Il sottotitolo incuriosisce ancora di più: “Il peccatore” che ha riacceso la spiritualità nel Cristianesimo e cantato l’amore per la Natura”.

 

Claudio Franzoni (a sinistra), autore del saggio Francesco. Il “peccatore” che ha riacceso la spiritualità nel Cristianesimo e cantato l’amore per la Natura, con Silvia Ruggiero (a destra) al Festival dei Libri. Il libro è una biografia storica e spirituale di San Francesco, che ripercorre le tappe principali della vita del poverello di Assisi, un uomo che seppe riportare all’interno del Cristianesimo e tra la gente quel puro ideale evangelico, quella “fede povera” tanto lontana dalla società in cui viveva, ma allo stesso tempo capace di far riavvicinare l’uomo allo Spirito e a quella Natura che Francesco tanto cantava e che sentiva come Sorella.

 

Claudio Franzoni (a sinistra), autore del saggio Francesco. Il “peccatore” che ha riacceso la spiritualità nel Cristianesimo e cantato l’amore per la Natura, con Silvia Ruggiero (a destra) al Festival dei Libri. Il libro è una biografia storica e spirituale di San Francesco, che ripercorre le tappe principali della vita del poverello di Assisi, un uomo che seppe riportare all’interno del Cristianesimo e tra la gente quel puro ideale evangelico, quella “fede povera” tanto lontana dalla società in cui viveva, ma allo stesso tempo capace di far riavvicinare l’uomo allo Spirito e a quella Natura che Francesco tanto cantava e che sentiva come Sorella.

 

È il libro di Claudio Franzoni, pubblicato da In.edit edizioni nel 2026 e presentato proprio al Festival dei Libri in anteprima nazionale.

La prima parola che colpisce è forse proprio quella racchiusa tra virgolette: peccatore. Perchè San Francesco, nell’immaginario comune, è quasi sempre il santo già compiuto, l’uomo della pace, della povertà, del Cantico delle Creature. Franzoni sembra invece voler restituire alla figura di Francesco la sua dimensione più profondamente umana: quella di un uomo in cammino. Non un’immagine immobile, dunque, ma un percorso.

Il volume propone una ricostruzione rigorosa, documentata e puntuale della vicenda umana e spirituale di Francesco, seguendone le tensioni, le sofferenze, le tentazioni, i dubbi e anche le sconfitte.

Perchè spesso pensiamo alla trasformazione personale come a un passaggio lineare: prima siamo una cosa, poi diventiamo un’altra. La vita di Francesco racconta invece qualcosa di molto più vicino all’esperienza umana: il cambiamento come conflitto.

Francesco non appare come un uomo che ha trovato immediatamente la propria strada. La cerca. La perde. La ritrova. Incontra ostacoli. Subisce incomprensioni. Deve fare i conti con la distanza tra l’ideale e la realtà.

Il suo ideale di povertà assoluta e di libertà dal mondo si scontrano con la concretezza dell’esistenza e persino con le difficoltà interne al proprio Ordine. Nel suo viaggio incontra anche il limite: non riesce a fermare la guerra, non riesce a realizzare fino in fondo il progetto che aveva immaginato, non riesce a impedire che la realtà trasformi il suo sogno. Ed è forse proprio questo a renderlo ancora oggi cosÏ vicino a noi.

Il suo rapporto con la natura, poi, acquista una luce particolare. Nel Cantico delle Creature la natura non è semplice sfondo, ma diventa relazione: fratello sole, sorella luna, acqua, fuoco, terra. È una visione nella quale l’essere umano non è padrone assoluto del mondo, ma parte di una realtà più grande.

In un’epoca nella quale siamo continuamente sollecitati a possedere, consumare, accelerare, Francesco propone quasi l’opposto: rallentare, spogliarsi, ascoltare.

Forse è anche per questo che, in mezzo a settanta tavoli pieni di libri, quella copertina riesce a fermare lo sguardo. Perchè il Festival dei Libri non è soltanto una manifestazione dedicata agli scrittori, è un luogo nel quale le persone cercano, anche senza saperlo, qualcosa che assomiglia a una risposta.

Tra le pagine cerchiamo altre vite per comprendere meglio la nostra. Cerchiamo parole quando le nostre non bastano. Cerchiamo qualcuno che abbia già attraversato una paura che conosciamo, un dolore che non sappiamo nominare, una domanda che ci accompagna da anni.

E forse è questa la ragione per cui, alla fine, tra il rumore discreto delle pagine sfogliate e le voci degli autori sul palco di legno, un libro può ancora riuscire a fare ciò che fa da secoli: fermarci per lasciarsi prendere tra le mani e diventare parte di noi.

Meditate gente, meditate…

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