A due passi da Piazza Maggiore, in Piazza della Mercanzia, nota sin dal Medioevo semplicemente come Carrobbio, si ammira la ricchezza dei particolari di portici ed archi.

 
STORIA E CULTURA
Sotto i portici
La "bolognesità" fatta di sapori, colori e vecchie tradizioni

MARTEDÌ 24 FEBBRAIO 2026 | DI CLAUDIO FRANZONI | TEMPO DI LETTURA: 3 MINUTI

*Questo articolo è uscito nel numero di Gennaio-Febbraio 2026 di Terre & Culture nella rubrica Il Pennino.

 

Tutto comincia con la parola Bologna che, da sola, evoca fascino e seduzione. Basta buttar la parola Bologna dentro a un qualsiasi discorso che viene evocata la “dotta”, la “rossa”, la “turrita”, l’Università, la cultura, san Petronio (la cui basilica è una delle più grandi al mondo con la sua meridiana), e, qualche decennio fa, la città che non dorme, con i biasanot che risuonano ancora nella canzone di Dino Sarti. Poi come non ricordare i tortellini esclusivamente in brodo e le tagliatelle. Ma i turisti trovano anche Bologna in ogni angolo o piazza. Ci sono mercati all’aperto, forse antichi quanto i monumenti (basta scendere da Piazza Maggiore per via Castiglione o le Sette Chiese), chioschi per i giornali e fiori, e ovunque gatti curiosi e cauti. È un’esperienza da vivere tra storia e gastronomia.

Il mio rapporto per Bologna è speciale, perché per me Bologna è più di una città, è la mia città. Potrei parlare di Bologna da editore, che in un certo senso cerca di servirsi della sua professione per portare il capoluogo emiliano in giro per l’Italia e oltre, oppure da agronomo o da scrittore. Lo farò però, semplicemente, da bolognese.

E da bolognese penso che la sua bellezza, come in qualunque altra città o paese che ha radici nel passato, non sia quella rivestita di una modernità asfittica e luccicante, ma quella che risiede nei racconti, proverbi e motti, canti, enigmi e indovinelli, spettacoli e feste, usi e costumi, riti e cerimonie, che hanno anche influenzato l’architettura e la gestione del quotidiano.

Voglio dire che la sua vera identità è tutta quanta nel passato, non nel presente, e ritengo che sia già candidato all’insuccesso chi ne vuole salvare la bellezza se non parte dal mantenerne ciò che si chiama “bolognesità”.

Ed anche con la fotografia, che mi ha tenuto impegnato per anni, capivo l’insuccesso di renderla evidente se non rappresentare l’antico, l’eredità del passato. Anni fa ebbi voglia di fermare in immagini i luoghi conosciuti e meno frequentati che, stranamente, erano quelli, diciamo, più bolognesi, come lo è, tanto per capirci, Trastevere per Roma. Fino a che non mi decisi in agosto, quando la città era praticamente vuota, a fare i primi scatti. Cercai di mettere in risalto i colori, le luci, le forme nascoste e il calore che si respira ad ogni angolo al discreto riparo dei portici. Mi sembrò di catturare attimi irripetibili, anche se si ripetono in ogni giorno e in ogni stagione, a dispetto dell’indifferenza, immersi come siamo nei nostri piccoli e grandi problemi che, molte volte, ci allontanano dall’alzare il naso all’insù per vedere ciò che la fretta ci toglie allo sguardo. Perché, sì, Bologna è anche da scoprire in alto, nei suoi tetti, nelle sue coreografie cromatiche. Cercai, come ho detto, di catturare tutto ciò con l’obiettivo fotografico. Mi resi conto che avevo due scelte: da una parte il rigore documentario diretto alla nitida resa della città monumento nel suo sviluppo spaziale; dall’altra ricorrere alla sensibilità estetica capace di cogliere nessi imprevedibili, particolari e scorci inediti, luci che nelle stagioni cambiano di tonalità e forza, che variano tra portici e fasti antichi. Ricordo che mio padre mi diceva, durante le passeggiate domenicali in centro, che Bologna è come uno scrigno, bisogna aprirlo e dentro vi si trova la vera Bologna. Mi insegnò ad ammirare le vecchie case, le vere case della mia città, ricoperte da intonachi scoloriti come i volti degli anziani, quelli che vedevo camminare nella poca luce che illuminava sotto i portici, le persiane ricoperte dalla polvere, verdi, brune, celesti, bianche o marroni, fatte per raccogliere vecchie storie e lunghe tristezze, ma anche le intimità o i giochi che ci accompagnavano nell’età infantile e nella gioventù. Non li avrei vissuti mai più. Ma, se pur offuscato dalla poca luce che penetrava, c’era tutto, la vita piena, le speranze, il lavoro e il nostro dialetto, che si è perso nella corsa verso un futuro parco di ricordi.

Perché Bologna è Bologna se la si scopre con le caratteristiche che non sono di Roma, Milano o Firenze o di qualsiasi altra città, come si evince dalle fredde e calcolate informazioni nelle preventive documentazioni patinate di viaggi. Fra le città medio-grandi in Italia Bologna è la sola, a parte Venezia, il cui centro storico, nella sua estensione, possa ancora considerarsi come un monumento unico e continuo accompagnato dai portici, come può essere la mano di un padre e una madre con il proprio figliolo.

Bologna non ha subìto le soluzioni di continuità che dall’Unità d’Italia ad oggi hanno modificato, in modo profondo e per ragioni diverse, centri come Milano o Roma, innestando una città moderna nell’antica, i cui monumenti emergono come isole circondate da tutto ciò che con loro niente hanno a che fare. Né Bologna possiede quell’aura d’incanto di Venezia, protetta dalla cerchia marina che l’ha consegnata all’oggi quasi come un museo vivente. L’aura di Bologna è quel famoso scrigno, è più discreta e segreta, affidata ad un progetto architettonico che è lontano dall’eccedenza del monumento attrazione, in un tonalismo che conduce ad un’atmosfera che compone i volumi, compenetrandoli lungo quasi quaranta chilometri di portici.

Questo è quello che deve saltare all’occhio del turista, come una rappresentazione di un oggetto continuo, quasi fluido, in cui è appena possibile isolare particolari che costringono l’occhio a seguire altre dimensioni, fra cui quella del tempo, che ingloba ogni prospettiva.

Tutto ciò, agli occhi del turista attento, e non a quello del “mordi e fuggi”, nella Bologna storica è difficile riuscire a distinguere l’architettura popolare da quella più rappresentativa, perché nella trama delle strade e nell’ordine degli isolati si presentano strutture edilizie omogenee. Certo che anche a Bologna ci sono strade importanti, ci sono palazzi senatoriali, ma ci sono anche le strade dove abitavano i cittadini più poveri, quelle con le botteghe artigiane o le osterie, come ci ricorda Dino Sarti nel suo san Carlen. Questa differenza era solo di potere e di denaro, perché nelle strade è difficile poterla cogliere grazie ai portici, dove nel passeggio le distinzioni sono solo quantitative. Certo che si nota che le case popolari hanno portici più piccoli, più bassi, non ci sono sempre i capitelli, gli androni sono nient’altro che semplici corridoi che collegano una casa all’altra, con l’orto e il cortile interno. Le case dei ricchi si aprono sotto i portici più alti e larghi per il passaggio delle carrozze, con enormi cancellate in ferro battuto da cui si traguardano giardini ben tenuti e, a volte, statue. E non può non cadere ad un occhio attento che Bologna è appoggiata su centinaia di colonne dei portici, che si ergono come pali di tende e di padiglioni, i pavaglioni, a sostenere le vele degli archi che trasformano continuamente il cammino del viandante in una duttile e mobile scenografia. Sono il luogo dell’ombra, del riposo, della protezione. Del ricordo. Come per i grandi della letteratura e del cinema, ricordiamo solo Fellini e Avati, che hanno dato il loro meglio quando hanno parlato della propria terra perché in quelle occasioni riscoprivano se stessi, i loro ricordi, e sono riusciti a trasmettere le emozioni che loro stessi sentivano, perché le cose più vere, come l’amore per le proprie origini, sono universali.

E ricordo anche che, quando giravo l’Italia per lavoro o ero all’estero, non vedevo l’ora di tornare nella mia città, anche se stanco, e di riscoprire all’alba il piacere di respirare nell’aria l’effluvio di pane fresco con la mortadella e di ragù, che poco dopo sarebbero stati annullati dagli scarichi di auto e autobus. Sarebbe troppo facile dire che Bologna per me è il Nettuno, le Due Torri, o Piazza Maggiore.

Bologna è l’aria di Bologna, è l’atmosfera che si respira quando si passeggia sotto i portici illuminati ed affollati di gente per Natale; è il senso di protezione che si prova quando piove o nevica; è il calore delle bancarelle dei mercatini in centro; è il capannello in piazza grande, cantata da Dalla, degli anziani che discutono di donne, di politica, del Bologna e di niente; è la festa di santa Lucia. Bologna è la folla di bolognesi che si ritrova in piazza Maggiore per ridere, per piangere … per Bologna.

Vorrei terminare con una delle poesie scritte su Bologna che amo di più. È di Carducci. La compose in inverno, nel suo studio, che, allora, era lontano dal centro, isolato nell’aria nevosa, al di sopra di ogni traccia di uomini e di cose.

Eccola.

Lenta fiocca la neve pel cielo cinereo: gridi,

suoni di vita più non salgon da la città,

non d’erbaiola il grido o corrente rumore di carro,

non d’amor la canzone ilare e di gioventù.

Da la torre di piazza roche per l’aere le ore

gemon, come sospir d’un mondo lungi dal dì.

Picchiano uccelli raminghi a’ vetri appannati: gli amici

spiriti reduci son, guardano e chiamano me.

In breve, o cari, in breve – tu calmati, indomito cuore –

giù nel silenzio verrò, ne l’ombra riposerò.

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