
Paolo Finoglio, Rinaldo e Armida nel giardino incantato, 1640-1643, Pinacoteca Paolo Finoglio, Conversano
SABATO 25 OTTOBRE 2025 | TESTI E FOTO DI SEBASTIANO COLETTA | TEMPO DI LETTURA: 8 MINUTI
*Questo articolo è uscito nel numero di Settembre-Ottobre 2025 di Terre & Culture nella rubrica News - In mostra.
L’eterna lotta tra il bene e il male, tra la vita e la morte, si fa amore infinito e potente nelle 10 tele di Paolo Finoglio custodite nella Pinacoteca comunale di Conversano (Bari). L’idea, piuttosto diffusa, che anticamente solo le grandi città potessero vantare dei mecenati che davano impulso all’arte per accrescere il proprio prestigio, si scontra con la realtà di questo grazioso borgo pugliese a lungo sotto la guida dei conti Acquaviva d’Aragona. Una città fondata presumibilmente tra il V e il IV secolo a.C., come testimoniano alcune tracce di mura megalitiche, che, attraversata l’epoca romana col nome di Norba, nel basso medioevo acquista grande importanza nel territorio, fino a espandersi notevolmente, a livello urbanistico, nel ‘600. È in questo secolo di “luces et tenebrae” che a Conversano fioriscono chiese e conventi con forme esuberanti e raffinati ceselli: si pensi alla chiesa dei Santi Cosma e Damiano (conosciuta a Conversano come chiesa di San Cosmo), con una volta dorata ricca di dipinti, riconducibili al Finoglio, e stucchi che ne fanno un sogno a occhi aperti che eleva l’anima a Dio. Un altro esempio? L’imponente campanile in stile borrominiano del monastero femminile di San Benedetto, il più alto e iconico della città. Poco distante, nelle sale del castello degli Acquaviva d’Aragona, le cui torri, costruite tra il medioevo e il rinascimento, svettano sull’agorà cittadina, prende vita davanti agli occhi del visitatore uno spettacolo fatto di contrasti che tolgono il fiato: i dipinti di Paolo Finoglio sembrano animarsi e raccontare una storia lontana, eppure attuale nelle emozioni che esprimono.

Una sala della Pinacoteca di Conversano con le tele di Paolo Finoglio
Si tratta di un ciclo dedicato alla “Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso, che Giangirolamo II Acquaviva d’Aragona volle commissionare a questo pittore napoletano attivo in Puglia già nel secondo decennio del ‘600. Di Finoglio conosciamo poche notizie, desunte soprattutto dalle varie attribuzioni che ci permettono di tracciarne la vita. Molto probabilmente si formò a Napoli, nella bottega di Ippolito Borghese, pittore che incarna appieno lo spirito e gli stilemi della controriforma del secondo ‘500. Finoglio inizia la sua attività proprio a Conversano, affrescando la camera da letto per Giangirolamo e la moglie Isabella Filomarino. Una delle prime opere la troviamo a Lecce, nella chiesa di San Giovanni Battista, l’ultimo tempio costruito da Giuseppe Zimbalo per i frati domenicani: si tratta di un “Sacrificio di Isacco” che impreziosisce la parete di fondo dell’altare maggiore, insieme ad altri tre dipinti sulle Storie di Abramo, presumibilmente della stessa mano. La presenza dell’artista a Lecce – dove contrasse matrimonio - può essere un indizio che ci ricondurrebbe alla provenienza dalla bottega del Borghese, visti i numerosi contatti che il maestro aveva in un Salento sempre più interessato alla pittura napoletana. C’è da dire che l’arte riformata cercava di ristabilire un ordine dopo gli eccessi del rinascimento, rispondendo all’esigenza teologico-dottrinale che imponeva una rigorosa “reductio ad unum” d’ispirazione medievale. La Chiesa, però, non si era accorta che i tempi erano ormai molto diversi e anche il ruolo dell’arte, con l’avvento del pensiero umanistico, era totalmente cambiato. Finoglio lo dimostra nelle opere salentine (lo ritroviamo, per esempio, a Ugento), dove emergono spesso elementi tipici del naturalismo, come il realismo dei dettagli e delle espressioni dei volti e l’uso sapiente delle ombre.

Supplizio di Olindo e Sofronia
Nel 1626 Finoglio è certamente a Napoli, dove realizza una delle sue opere migliori per la certosa di San Martino: una splendida “Circoncisione di Gesù Bambino” che ormai incarna appieno il caravaggismo riformato. Nel 1636 Finoglio è chiamato a Conversano da Giangirolamo II, che gli commissiona le 10 maestose tele a olio, dipinte tra il ‘40 e il ‘43, che non molti decenni anni fa sono rientrate a Conversano: furono, infatti, vendute al conte Ettore Manzolini in seguito alla mostra “Tre secoli di pittura napoletana”, che si tenne nel Capoluogo partenopeo nel 1938, “benedetta” tra l’altro da un celebre discorso di Ugo Ojetti pronunciato nel Maschio Angioino, alla presenza del Re Vittorio Emanuele III. Riacquistate dal Comune di Conversano nel 1974, dopo oltre trent’anni di esilio, le tele furono dapprima ospitate nella sala consiliare del Municipio, per poi essere definitivamente riportate al castello, il luogo in cui erano nate. Qui i personaggi del contrastato poema di Tasso volteggiano nelle sale, tra suggestioni teatrali e alcune soluzioni d’ispirazione caravaggesca, come l’uso, sempre misurato, del chiaroscuro. La prima scena dipinta dal Finoglio descrive il sacrificio di Sofronia e Olindo, nel canto II del Poema: condannata per una colpa non sua, Sofronia si prepara a subire il rogo, ma è raggiunta sul patibolo da Olindo che ne è innamorato e sceglie di morire con lei. I due sono salvati in extremis da Clorinda, che sceglie di nascondere la sua identità di donna sotto la pesante armatura saracena. La mano del vecchio che indica il patibolo è un chiaro omaggio a Caravaggio, riprendendo quella iconica di Cristo nella “Vocazione di San Matteo” in San Luigi dei Francesi, a Roma. Ma c’è di più: alcuni hanno visto nel personaggio all’estrema destra, che guarda nel vuoto, un autoritratto del Finoglio. Intensa la scena del combattimento tra Tancredi e Clorinda, che, nel dipinto seguente, è ferita e riceve in punto di morte il battesimo da Tancredi. Qui il soldato cristiano esprime una profonda umanità nel gesto che intima a Clorinda di non morire, mentre con l’elmo raccoglie l’acqua per battezzarla. Nel “Rinaldo e Armida nel giardino incantato”, una delle scene più belle, è un gioco di sguardi straordinario che dà voce ai versi di Tasso: “Ella del vetro a sé fa specchio, ed egli / gli occhi di lei sereni a sé fa spegli” (XVI, 20, 7-8).

Erminia ritrova Tancredi ferito
Una narcisista Armida si guarda allo specchio fatato retto da Rinaldo, che, reso schiavo d’amore dalla maga, non può far altro che guardarla e amoreggiare con lei. I compagni Carlo e Ubaldo fanno rinsavire Rinaldo, mostrandogli la propria immagine riflessa in uno scudo, così il soldato torna a combattere nonostante Armida cerchi in tutti i modi di trattenerlo. In una delle ultime scene dipinte da Finoglio, Erminia ritrova Tancredi ferito e se ne prende cura, perché segretamente innamorata di lui. Sullo sfondo possiamo distinguere due castelli tuttora esistenti che Finoglio conosceva molto bene: a sinistra quello di Lecce, ampliato da Gian Giacomo dell’Acaya durante l’impero di Carlo V, a destra il Maschio Angioino di Napoli. Nell’ultima scena, “Rinaldo fa strage di nemici” (alcuni l’hanno identificato con Goffredo di Buglione, protagonista del Poema), Finoglio prende evidentemente a modello la parte centrale della perduta “Battaglia di Anghiari” di Leonardo da Vinci, attraverso alcune riproduzioni che circolavano all’epoca. La straordinaria tensione nel dipinto converge verso l’alto a mo’ di piramide, esprimendo la crudeltà della battaglia per la presa di Gerusalemme. Le cronache del tempo descrivono la prima crociata e l’assedio di Gerusalemme del 1099 come tra gli eventi più atroci della storia, col sangue dei saraceni che scorreva fino all’altezza delle caviglie per le strade della città. Se Torquato Tasso, in preda a scrupoli religiosi, rivide continuamente l’opera fino all’ultima versione epurata, la “Gerusalemme conquistata”, Finoglio fortunatamente tenne conto della prima versione, ricca di meravigliosi spunti poetici totalmente assenti nell’ultimo Tasso, del tutto asservito al timore controriformistico.

Rinaldo fa strage di nemici
Il ciclo pittorico della “Gerusalemme liberata” è una delle più emozionanti espressioni della pittura seicentesca meridionale ed eleva la bella Conversano degli Acquaviva d’Aragona al livello delle più importanti città europee del tempo, uno scrigno d’arte che, a distanza di oltre tre secoli, non smette d’incantare. Giangirolamo II, signore certamente spregiudicato su cui molto si è detto, anche senza fondamento storico, come il fatto che fosse guercio, fu in ogni caso un attento e sensibile mecenate, consegnando a noi contemporanei un patrimonio artistico d’inestimabile valore. Finoglio muore a Conversano nel 1645: in quei volti dipinti con tanta passione è il testamento di un artista che meriterebbe di essere maggiormente conosciuto e valorizzato nel panorama italiano, perché, anche dalla crudeltà di una guerra, ha saputo trarre la bellezza senza tempo dell’umanità, che, nonostante tutto, alla fine vince sempre.