Leonardo e il mito della bicicletta
Presunto ritratto di Leonardo Da Vinci, anonimo del XVIII secolo, conservato alla Galleria degli Uffizi, Firenze.

Leonardo e il mito della bicicletta

Nel 1519 moriva in Francia il Maestro Leonardo da Vinci, artista, inventore e scienziato. Tra i disegni presenti nei suoi codici, lasciati al suo pupillo Francesco Melzi, vennero scoperti 60 anni fa i tratti di un mezzo che assomiglia in tutto e per tutto ad una bicicletta. Da allora rimane un mistero irrisolto
GIOVEDI 29 APRILE 2021 | DI LORENZO FRANZONI | TEMPO DI LETTURA: 8 MINUTI
*Questo articolo è uscito nel numero di Marzo-Aprile 2020 di Terre & Culture

Un disegno rudimentale ma che dava l’idea di un mezzo di trasporto utilizzato ancora oggi. Quando negli anni ‘60 del secolo scorso il Codice Atlantico di Leonardo venne affidato ai monaci di Grottaferrata per un restauro, venne ritrovato dietro un foglio incollato ad un altro, probabilmente opera del lavoro inaccurato, quanto caotico di Pompeo Leoni 4 secoli prima, un disegno passato inosservato: due ruote della stessa dimensione, un manubrio e una trasmissione a catena. Aveva tutta l’aria di essere una bicicletta, 300 anni prima del primo prototipo moderno a due ruote: era infatti il 1793 quando il conte Mède di Sivrac introdusse il celerifero. Era allora ancora un abbozzo, in legno e in ferro, con un telaio a ruote fisse, senza pedali, migliorato 30 anni dopo dalla Laufmachine, meglio conosciuta come draisina, che il conte Karl Drais fece sfrecciare per la prima volta nel 1817 per le strade di Mannheim. La draisina era stata inizialmente pensata da Drais come mezzo di trazione alternativo ai cavalli, che durante la grave crisi di raccolti che colpì la Germania e il resto d’Europa nell’estate del 1816 vennero lasciati morire nei campi, ma  nel momento in cui venne brevettata, la produzione d’avena riprese con prezzi dimezzati e la draisina finì, almeno all’inizio, per essere un costoso, scomodo, quanto sofisticato passatempo per gli aristocratici, le scarpe si rovinavano in assenza di freno, c’era lo sterzo ma spesso si cadeva, tanto che venne coniata l’espressione ‘faccia da ciclista’ per indicare un volto particolarmente ansioso.

Qualche ammiratore però Drais ce l’aveva e non solo pochi anni dopo si corsero le prime gare di draisina, chiamata allora dai dandy inglesi hobby horse, ma il suo modello venne perfezionato e mezzo secolo più tardi allo sterzo vennero aggiunti pedali, freno e catena, simile in tutto e per tutto allo schizzo di Leonardo, che sembra aver anticipato di secoli alcune importanti invenzioni meccaniche.

Il conte Karl Von Drais in un dipinto d'epoca, XIX secolo, mentre prova il prototipo della moderna bicicletta, dotata di sterzo, ideata ispirandosi al celerifero di Sivrac comparso 25 anni prima; modello di Draisina del 1820 circa, Kurpfälzisches Museum der Stadt di Heidelberg, in Germania. 

Ad oggi il mistero permane e non sappiamo esattamente se la bicicletta, il cui foglio oggi è conservato alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, sia un’opera originale del genio di Leonardo o una falsa attribuzione, realizzata magari dagli allievi della sua bottega e attribuita al maestro, oppure un vero e proprio falso storico, realizzato da qualcuno vissuto secoli dopo la morte di Leonardo che ha provato a replicarne lo stile per trarne un qualche profitto economico. Provando per un attimo a mettere ordine tra le carte, non sappiamo con precisione quando la bicicletta sia stata realizzata ma, se si tratta di un originale, probabilmente si colloca durante la permanenza francese di Leonardo alla corte di Francesco I ad Amboise, quindi durante l’ultima fase della sua vita, pochi anni prima di morire. Questo indizio ci viene dato dal fatto che il codice in cui era contenuto era uno di quelli che nel 1519 passarono a Francesco Melzi, suo pupillo, che custodì la preziosa eredità fino alla sua morte nel 1570, quando suo figlio Orazio, ingenuamente e con negligenza, diede inizio alla dispersione delle carte, cedendo vari codici a Pompeo Leoni, il secondo e meno ingenuo artefice  della diaspora di quell’eredità, privando la posterità da quel momento in poi della possibilità di comprendere a pieno lo schema logico che Leonardo aveva ritenuto dovesse essere alla base dei suoi scritti. Da buon mercante d’arte Pompeo Leoni pensò bene di ottenerne il massimo profitto, smembrando i codici e vendendo singolarmente ognuno dei fogli che li componevano. Anche se quest’operazione ha sicuramente fatto la fortuna economica di Pompeo Leoni e da un certo punto di vista ha alimentato il mito di Leonardo e la sua fortuna storica, data anche dal fatto che non abbiamo accesso completo e ordinato alle sue opere, ha però disperso e reso irrecuperabili molti dei codici e dei suoi progetti, andati perduti per sempre.

Elementi geometrici sul retro del foglio 133; disegno della bicicletta sul fronte; sovrapposizione del retro sul disegno della bicicletta
Così, dopo la morte di Leonardo, i suoi disegni e i suoi studi circolarono per secoli rubati, donati, venduti e smarriti un po’ in tutto il mondo, fino a quando nel 1961 ci fu un primo tentativo di mettere ordine alle carte con la realizzazione della prima edizione integrale di quello che è oggi considerato il Codice Atlantico, una raccolta completa di tutti i fogli pervenutici dei codici di Leonardo. Il curatore di questo progetto monumentale fu Augusto Marinoni, storico ed esperto della figura di Leonardo ma anche lessicologo, il cui compito in questa impresa epocale fu quella di definire quali fogli fossero effettivamente di Leonardo, quali opere postume, quali falsi, opere di bottega o senza alcuna connessione con il Codice Atlantico. Quindi Marinoni, sul finire degli anni 50 e gli inizi anni 60, si ritrova a studiare ogni singolo foglio del codice Atlantico e quando gli capita sotto le mani il foglio 133, ovvero quello dove è raffigurata la bicicletta, fa una scoperta importantissima, annunciandola due anni più tardi nel volume Unkown Leonardo: sul retro del foglio erano visibili solo in controluce dei disegni sconosciuti. Non solo: alcuni di quei disegni ricalcavano le linee della bicicletta di Leonardo.

 

Anche se per molti storici questo metteva in discussione l’autenticità della bicicletta, per Marinoni non c’era alcun dubbio: la bicicletta era un’opera originale di Leonardo, mentre i disegni sul retro potevano essere stati realizzati da qualcuno nella bottega o da qualcun altro che dopo Leonardo aveva provato a ricalcare la bicicletta con risultati più o meno attendibili, magari per fini commerciali, magari sul finire del XIX secolo qualcuno che possedeva l’originale del foglio con la bicicletta aveva provato a ricalcare il disegno e commercializzarlo.  Sappiamo oggi che nel XIX secolo la contraffazione di opere medievali era qualcosa all’ordine del giorno e che vennero realizzate tantissime opere che riproponevano lo stile di quelle del XV secolo e che venivano spacciate per vere, cosa che potrebbe essere successa anche con il foglio che raffigura la bicicletta. Lo stesso Marinoni venne tacciato da molti di essere il responsabile di questa falsificazione, tra cui Hans Erhard Lessing, al tempo curatore del Landesmuseum fur Technik und Arbeit di Mannheim.

 

I disegni sul retro alla fine si rivelarono la chiave per stabilire l’autenticità o meno dell’opera: infatti nel 1978 Carlo Pedretti, storico dell’arte italiana, deciso a metter luce sul mistero della bicicletta, pubblicò una serie di diapositive in cui venivano mostrati rispettivamente il disegno originale, ovvero il progetto originale della bicicletta di Leonardo, la bicicletta vista in controluce, e i disegni presenti sul retro del foglio sovrapposti alla prima. Pedretti scoprì che i disegni in controluce non erano completi, non c’era una bicicletta completa sul retro, ma semplicemente elementi geometrici come cerchi, linee rette e linee curve, in cui non era difficile imbattersi negli altri fogli e progetti presenti nei codici. In più, andando ad analizzare nel dettaglio i disegni posti sul retro del foglio, alcuni studiosi hanno teorizzato non essere stati realizzati con un carboncino o una matita medievale e quindi in linea di continuità con la bottega di Leonardo o con la stessa opera di Leonardo, ma i tratti più netti e sottili sembrarono indicare l’utilizzo di una matita moderna o comunque del XIX secolo, proprio nel momento in cui nasceva il prototipo della moderna bicicletta. Questa scoperta, unita ai numerosi elementi di incongruenza come i tratti sul retro messi in evidenza e ribaditi durante una conferenza tenutasi a Glasgow nel 1997 dallo stesso Hans Herard Lessing, sembrarono essere l’elemento conclusivo che chiudeva il mistero della bicicletta, dimostrando oltre ogni ragionevole dubbio che era un’opera postuma, senza alcun collegamento con Leonardo.


Attualmente la teoria del falso storico sembra essere quella più accreditata perché rispetto alle altre è quella che si compone di maggiori elementi di prova ma nulla esclude in maniera definitiva che, dietro a questo mezzo realizzato da Von Drais nella prima metà del XIX secolo e che in poco tempo cambiò il modo di vivere della società moderna europea, diffondendosi anche tra i ceti popolari, non si nasconda la mente instancabile del genio di Vinci, artefice in più di un’occasione, come si vede dai codici che ci sono pervenuti, di idee e intuizioni fuori dal tempo e dallo spazio.

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