Venere di Milo, Museo del Louvre.  L'afrodite senza braccia incanta ancora oggi, dopo duecento anni dal suo ritrovamento

L'eredità di Milo

Non furono degli archeologi a fare la scoperta della Venere più famosa al mondo, ma un contadino che lavorava la terra nella piccola isola di Milo, nelle Cicladi. Musa ispiratrice, icona di bellezza, rimane dopo due secoli ancora un mistero
VENERDI 23 APRILE 2020 | DI LORENZO FRANZONI | TEMPO DI LETTURA: 8 MINUTI
*Questo articolo è uscito nel numero di Marzo-Aprile 2020 di Terre & Culture

Cedere una delle opere più significative della propria collezione. Non per risanare le perdite a fronte di un anno di stallo economico, una delle ipotesi vagliate da più di un museo oggi, ma per restituire un frammento di storia alla sua terra d’origine.

Sinuosa, con i capelli legati leggermente ondulati, in parte velata dal panneggio della veste, dietro le sue fattezze si nasconde uno dei capolavori dell’arte statuaria ellenistica, nonché emblema della bellezza femminile. Si tratta di una statua di Afrodite scolpita quasi duemila anni fa nella piccola isola di Melos o Milo, nell’Egeo, che un giorno potrebbe lasciare le fastose sale del Palazzo del Louvre per tornare dove per la prima volta vide la luce.

 

Paul Wescher le definì "il più grande spostamento di opere d’arte nella storia". Quello che le spoliazioni napoleoniche provocarono in quasi 20 anni è incalcolabile, in termini di capolavori perduti o dispersi per sempre. Nella lunga fila delle opere che in quegli anni lasciarono l’Italia vi era anche una statua di una dea, giunta a Roma nel II secolo a.C. e collocata probabilmente tra le sculture della splendida villa adriana a Tivoli, per poi fare rotta nel Rinascimento verso Firenze, alla corte dei Medici. La Venere giunse in Francia, nelle sale del neonato Louvre e lì rimase fino alla caduta di Napoleone nel 1815, quando tornò tra le opere d’arte degli Uffizi, dove ancora oggi si trova. Ma la perdita fu breve perché una nuova scoperta era stata fatta, una nuova dea aveva visto la luce e su di essa le autorità francesi ci si buttarono a capofitto, facendo grande opera di propaganda su ciò che li avrebbe ricompensati di tutte le perdite subite.

Il piccolo porto di Milo, nell'arcipelago delle Cicladi

Era il 1820 quando un contadino e suo figlio si imbatterono in un busto di marmo bianco, mentre raccoglievano delle pietre nel campo di proprietà, vicino alla porta est delle mura di Melos. Si racconta che Yorgos Kentrotas lo trovò all’interno di una piccola grotta, sotto una pesante lastra, insieme a diversi altri frammenti marmorei sparsi intorno. Lo stupore unito all’inconsapevolezza del ritrovamento, secondo alcuni, lo portarono a non darci troppa importanza e continuare il suo lavoro, lasciandolo lì a terra mezza sepolto, secondo altri, invece, meno ingenuo e desideroso di guadagnarci una fortuna. Per gli eventi che ne seguirono non si sa se sia stato un bene, ma un caso fortuito rimediò comunque alle azioni di Yorgos, destinando la statua ad una fama che si sarebbe protratta nei secoli a venire.

Poco tempo prima infatti era giunto al porto di Melos un giovane ufficiale francese, Olivier Vouter, arrivato in licenza sull’isola a bordo della Estafette. Erano anni fruttuosi per gli scavi archeologi nelle isole del Mar Egeo e i francesi, ispirati dal neoclassicismo, erano fra i più attivi cercatori di queste preziose antichità. Così anche il giovane ventitreenne con la passione per l’arte ne approfittò per rompere la monotonia del luogo e condurre delle ricerche con l’aiuto di due marinai. Furono scoperte trascurabili quelle di Olivier, finchè non si imbatté in un contadino e in quello che in parte era stato dissotterrato: l’ufficiale si rese subito conto dell’importanza del ritrovamento e pagò Yorgos affinché continuasse a scavare vicino al busto. Dopo quasi duemila anni il marmo bianco di Afrodite vedeva di nuovo la luce.

La scoperta fece in poco tempo il giro dell’isola e nelle settimane a seguire vennero alla luce altre parti della statua, tra cui le gambe velate, una mano e probabilmente delle braccia, che, ritenute non originali, vennero abbandonate, così come il basamento su cui era scolpito l’autore dell’opera. Grazie alla mediazione dell’ambasciatore francese a Costantinopoli De Riviere si riuscì a concludere l’acquisto e la statua, alta due metri, una volta ricomposta e restaurata, venne donata al re di Francia, Luigi XVIII, che subito dopo la cedette al Louvre, come segno di magnificenza e splendore. Anche qui la storia del ritrovamento assume connotati incerti e su questa incongruenza con la realtà dei fatti oggi si parla dell’illegittimità della permanenza della statua in Francia, perché di fatto, nel 1820, non ci fu alcun acquisto, ma la preziosa Venere venne sequestrata, razziata e imbarcata sulla goletta Estafette, privando l’isola greca per secoli di una parte della propria storia. Certo è che se fosse rimasta nella propria terra d’origine non avrebbe ispirato artisti di tutto il mondo, Delacroix non avrebbe mai dipinto La libertà che guida il popolo, Dalì non avrebbe riproposto la sua personale rivisitazione della Venere con cassetti, né Renoir si sarebbe espresso su di lei in maniera tanto provocante, quanto di cattivo gusto, definendola una “grassa poliziotta (gran gendarme)”, né tantomeno Heinrich Heine si sarebbe fermato ad osservarla per ore e ore al Louvre, definendola “nostra signora di bellezza”.

Delacroix, La libertà che guida il popolo, 1830
L’ispirazione però è stata pagata a caro prezzo da questa piccola isola delle Cicladi, tant’è che in tempi più recenti, nel 2017, Melos ha iniziato una raccolta di firme da presentare al Parlamento Europeo per una petizione: far tornare a casa la Venere di Milo. Il desiderio del sindaco di Milos Gerasimos Damoulakis sarebbe stato quello di riuscirci entro il 2020, bicentenario dal ritrovamento, ma lontano è l’obiettivo del milione di firme, visto che si è ancora fermi sotto quota 20000. Mentre la causa è in corso, la Venere senza braccia attende, apogeo della bellezza femminile che incanta con il suo splendore e la sua grazia, popolare oggetto di propaganda allora, immagine oggetto di dipinti e ironie, nonché simbolo di campagne sociali oggi, come quella promossa dalla ong francese Handicap International  in #bodycantwait, per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di una protesi, stampata oggi con tecnologia 3d, da parte delle migliaia di persone che ogni anno sono vittime di amputazioni di gamba e braccia nelle zone più pericolose del pianeta.   

Il manifesto della campagna Take me home per riportare a Milo la statua greca che da due secoli si trova in Francia
Se la sua immagine è così popolare, ancora un mistero rimane la sua identità. Com’erano posizionate le sue braccia e cosa reggevano? Se ne stava forse appoggiata a una colonna, come suggerisce la ricostruzione dell’archeologo tedesco ADOLF Furtwangler? O tesseva, come ipotizza l’esperto d’arte Barber, sulla cui tesi il progettista americano Cosmo Wenman è passato all’azione, creando un render 3d della statua. Donne nella medesima posa si ritrovano infatti in vasi greci appartenenti allo stesso periodo, il secondo secolo: erano, quelle raffigurate, prostitute, che svolgevano questa attività per tenersi impegnate tra un cliente e l’altro.

Teneva in mano un oggetto? Ma quale? Un arco o un’anfora, perché se così fosse il mistero sarebbe svelato e la statua sarebbe facilmente riconoscibile come Artemide, dea della caccia, o Danae, mitica principessa di Argo. Una certa somiglianza si nota subito con l’Afrodite di Capua di Lisippo, più antica di qualche secolo, conservata oggi al Museo archeologico nazionale di Napoli. E se di Afrodite si tratta, tra le mani poteva presumibilmente reggere una mela d’oro, che viene riproposta non solo nel nome dell’isola in cui venne scoperta (Milos in greco si traduce appunto con mela), ma anche in un episodio della mitologia classica, in cui il mortale Paride, consegnando il frutto ad Afrodite, la elegge a più bella fra le dee, ottenendo in cambio l’amore di Elena.

Veneri a confronto: da sinistra, disegno del XIX secolo della Venere de Medici (II secolo a.C.), una delle copie romane della Venere Cnidia dello scultore Prassitele (l'originale era del IV secolo a.C.) , disegno di Debay del 1820 c. della Venere di Milo (II secolo a.C.), con il basamento originale e l'iscrizione oggi perduti.
Non tutto rimane un mistero però. Il basamento originale su cui poggiava, ritenuto allora un’aggiunta successiva, andò perduto, ma da uno schizzo di Jean Baptiste Joseph Debay del 1820 conosciamo la paternità dell’opera, per anni collegata alla figura di Prassitele (uno dei più grandi scultori dell’antica Grecia, a cui si deve la realizzazione di un’altra Venere, quella Cnidia, oggi andata perduta e trasmessa solo attraverso copie romane) quando invece è da attribuirsi alla mano di Alessandro d’Antiochia, secondo secolo a.C., appartenente quindi all’arte ellenistica e non classica, come inizialmente era stata opinione dei francesi e a causa della quale, secondo molte voci, l’iscrizione “sgradevole” ritrovata insieme alla statua sarebbe stata appositamente dimenticata, insieme ai frammenti delle braccia.

 

Un errore a cui la storia ha rimediato per fortuna, riconoscendo il legittimo artefice dell’opera immortale, a differenza della sua terra d’origine che ancora attende la sua dea far ritorno ai lidi patri e risplendere di nuovo sulle acque dell’Egeo.

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