Facciata della Basilica di San Francesco, Ravenna

Dante. Il sepolcro vuoto

Una contesa durata secoli tra Ravenna e Firenze sulle spoglie del Sommo Poeta
GIOVEDI 2 SETTEMBRE 2021 | TESTI E FOTO DI LORENZO FRANZONI | TEMPO DI LETTURA: 3 MINUTI

Quando a Ravenna ci si trova nei dintorni della Basilica di San Francesco, si entra in una zona particolare della città. Inaugurata nel 1936, viene considerata un unicum, dove edifici, monumenti e strade rimandano alla figura e alle vicende di Dante. Dietro la basilica, accanto al chiostro cui oggi si affacciano i locali che ospitano il Museo Dantesco, sorge un piccolo tempietto, costruito alla fine del 1700 dall’architetto Morigia. Poco importa della forma tanto criticata e bonariamente derisa che ricorda un oggetto di uso domestico, la pivirola o peparola, al quale la paragonò il poeta romagnolo Olindo Guerrini.


Il motivo di tanta attrazione è un altro per l’antico pellegrino o il moderno turista, che vi giungono con ancora il riflesso negli occhi delle volte e pareti mosaicate della Ravenna bizantina. Lì, nel cuore della cosiddetta “Zona del Silenzio”, ci si affaccia ad ammirare l’area sepolcrale che conserva le ossa di Dante. Sulla facciata, sopra la porta, lo stemma gentilizio dei Gonzaga che commissionò l’opera, nel timpano una serpe che si morde la coda, simbolo di eternità, mentre all’interno sopra l’urna un bassorilievo scolpito nel 1483 da Pietro Lombardi raffigurante un Dante pensoso sopra un leggio.

Facciata della tomba di Dante, dietro la Basilica di San Francesco

Dietro l’immagine eterna della poesia dantesca che ispira questo luogo, una storia particolare raccontano le sue pareti. Dante rimase a Ravenna per circa sei anni, ospite alla corte di Guido Da polenta, prima di morire per una febbre malarica contratta fuori città, di ritorno da una delicata missione diplomatica a Venezia. In quel periodo aveva avuto modo di camminare per le strade e le piazze, ammirare i mosaici delle basiliche e passeggiare per la pineta di Classe.

Dopo la morte di Dante nel 1321, i fiorentini avevano ferma intenzione di riportare in patria le spoglie del concittadino. Le istanze erano iniziate poco tempo dopo. All’inizio furono i Da Polenta, i successori di Guido Novello, a respingerle. In seguito, quando nel 1441 Ravenna passò sotto il dominio di Venezia, fu interessato della questione Bernardo Bembo, ambasciatore veneziano a Ravenna. E dopo di lui lo stesso Papa Leone X, quando passò sotto la Chiesa. Siamo nel 1515 e ancora Ravenna riuscì, con petizioni e ambascerie al Pontefice, ad evitare la traslazione delle ossa. Nel 1519, però, la pressione esercitata sul Pontefice da un Memoriale steso dall’Accademia Medicea e indirizzata allo stesso Leone X, nel quale si chiedeva con insistenza il trasferimento dei resti di Dante a Firenze, fu troppo forte. Lo stesso Michelangelo firmava la petizione con supplica personale al papa. Messi alle strette, i ravennati non poterono fare a meno di consegnarle.

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Così venne da Firenze una delegazione autorizzata dal papa, che operò nell’ora del vespero, per non suscitare in città qualche protesta. Fu grande lo sconcerto degli astanti quando, aperto il coperchio sepolcrale, non vi trovarono nulla: solo qualche foglia secca di alloro sul fondo. Lo sconcerto e la rabbia dei fiorentini non valse a nulla, le ossa erano sparite, qualcuno le aveva trafugate. La notizia serpeggiò a Ravenna e ben presto assunse un’aura di mistero. I frati francescani, ai quali era stata concessa la Chiesa di San Francesco dal 1261, avevano sotto la propria giurisdizione anche quell’area, ma né allora né in seguito fecero alcuna dichiarazione.

Neanche secoli dopo, all’inizio dell’Ottocento, al tempo delle espropriazioni napoleoniche ai danni degli ordini religiosi, i francescani, costretti ad abbandonare chiesa e convento, dichiararono nulla sul mistero delle ossa di Dante. Nel 1864, in occasione del 6 centenario dalla morte del Poeta, Firenze ottenne un nuovo diniego alla sua richiesta. Così, a Ravenna, mentre ci si preparava alle celebrazioni, durante i lavori di abbellimento del sepolcro e dell’area circostante, i muratori trovarono su un lato della cappella (detta anche di Braccioforte), una cassetta in legno che conteneva delle ossa umane. L’iscrizione all’esterno era inequivocabile: "Dantis ossa, a me fra Antonio Santi hic posita anno 1677 die 18 octobris" (“Ossa di Dante, da me Fra Antonio Santi qui poste nell’anno 1677, il 18 ottobre”). Analisi scientifiche successive dimostrarono la loro autenticità e, dopo che furono ricomposte nel tempietto, giunsero messaggi da ogni parte d’Italia. Lo stesso Carducci, che all’epoca era titolare della cattedra di letteratura italiana a Bologna, depose un fiore in memoria del piccolo Dante, mortogli in tenera età, e compose anche un sonetto, Nel sesto centenario di Dante. In realtà, quindi, i resti del Sommo Poeta erano stati spostati solo di pochi metri, ma con grande premura, al punto da renderli introvabili per secoli.