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Roma, 1519. La memoria degli antichi nelle parole di Raffaello Featured

Roma, 1519. La memoria degli antichi nelle parole di Raffaello Claude Lorrain, Capriccio con rovine del foro romano

L’attuale concetto di tutela del patrimonio storico-culturale e, quindi, di conservazione del nostro prezioso passato che respira attraverso l’arte, la carta e l’architettura, non è poi così attuale. Anzi, fin dal Rinascimento la spinta non solo di recupero, ma anche di imitazione dell’antico come archetipo a cui ispirarsi, inizia ad emergere prepotentemente nel panorama culturale dell’epoca e a formare una mentalità molto simile a quella odierna. Il palazzo della Signoria a Jesi, con la sua torre che si innalza su via Pergolesi, si affaccia su una Piazza che porta il nome di uno storico jesino, umanista rinascimentale, nonché segretario di Papa Leone X. Il suo nome era Angelo Colocci. Egli contribuì alla stesura, insieme a Baldassarre Castiglione, di una lettera di Raffaello, marchigiano d’Urbino, indirizzata al Papa, avente come tema la protezione e conservazione delle vestigia di Roma antica. Siamo nel 1519 e Raffaello viveva ormai da più di dieci anni nella capitale, e aveva avuto modo di esser testimone, già allora, di un crescente degrado dei monumenti antichi. Non poteva che provare dolore per quella nobile patria così profondamente lacerata, non tanto dal tempo, ma dai barbari e, soprattutto, dall’incuria e dall’ignoranza degli uomini, compresi i precedenti pontefici, che “ hanno atteso a ruinare templi antichi, statue, archi e altri edifici gloriosi! Quanti hanno comportato che solamente per pigliar terra pozzolana si sieno scavati dei fondamenti, onde in poco tempo poi gli edifici sono venuti a terra! Quanta calce si è fatta di statue e d'altri ornamenti antichi! che ardirei dire che tutta questa Roma nuova che ora si vede, quanto grande ch'ella si sia, quanto bella, quanto ornata di palagi, chiese e altri edifici che la scopriamo, tutta è fabricata di calce e marmi antichi.» Leone X, invece, per la sua cultura e mecenatismo, avrebbe potuto incarnare la possibilità di restaurare e ricostruire il volto antico di Roma, per quanto frammentario fosse.  La famosa lettera rappresentava una prefazione alla raccolta di disegni degli edifici della Roma imperiale eseguita da Raffaello su commissione di Leone X. Era un appello accorato quello dell’artista: “Non deve adunque, Padre Santissimo, essere tra gli ultimi pensieri di Vostra Santità lo aver cura che quel poco che resta di questa antica madre della gloria e della grandezza italiana, per testimonio del valore e della virtù di quegli animi divini, che pur talor con la loro memoria eccitano alla virtù gli spiriti che oggidì sono tra noi, non sia estirpato, e guasto dalli maligni e ignoranti”, ma che tuttavia rimase solo un buon proposito, perché l’anno dopo Raffaello morì e il mancato compimento del suo ritratto della Roma antica riempì di rammarico non solo il Papa ma anche molti altri letterati. Non passò nemmeno un decennio che nel 1527 Roma venne messa a ferro e fuoco dal terribile Sacco dei Lanzichenecchi: “Sentivansi i gridi e urla miserabili delle donne romane e delle monache, condotte a torme da’ soldati per saziare la loro libidine […]. Udivansi per tutto infiniti lamenti di quegli che erano miserabilmente tormentati, parte per astrignerli a fare la taglia parte per manifestare le robe ascoste. Tutte le cose sacre, i sacramenti e le reliquie de’ santi, delle quali erano piene tutte le chiese, spogliate de’ loro ornamenti, erano gittate per terra; aggiungendovi la barbarie tedesca infiniti vilipendi”. Così descrive Guicciardini il passaggio di quell’orda. Così Roma bruciava e quell’idea di rinascita dell’antico tanto cara a Raffaello sfumava pian piano tra il fumo degli edifici in fiamme. Nei dipinti dei secoli successivi molti dipingeranno Roma e i suoi monumenti come relitti abbandonati a sé stessi, coperti di vegetazione e deturpati dal saccheggio di materiale per costruire una nuova Roma, forse non quella che aveva immaginato Raffaello. Da Canaletto a Claude Lorrain fino a John Strutt, permane una Roma in rovina, monumenti in declino e isolati in mezzo alle campagne o appena fuori la città, un Colosseo coperto d’arbusti, pezzi di colonne sparse sul terreno e seminascoste dall’erba alta, archi di trionfo ammirati nella loro ormai inutile grandezza  da carri di passaggio e curiosi viandanti. Nel 2020 ricorrono i 500 anni dalla morte del grande artista marchigiano originario d’Urbino e questa riflessione si inserisce senza dubbio nel ritratto della sua vita e nell’attualità del suo pensiero, così come qualsiasi monumento con il volto ormai deturpato dal tempo e inglobato tra edifici moderni che incontriamo passeggiando per le nostre città piene d’arte e cultura, custodi di un’eredità che andrebbe salvaguardata e trasmessa alle generazioni future, per evitare di ripetere gli stessi errori del passato.  

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