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  • Written by  / di Claudio Franzoni
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ll 3 dicembre a Katowice, in Polonia, è iniziato il COP24, la Conferenza sul cambiamento climatico organizzata dalle Nazioni Unite per fare il punto sui problemi, le sfide e le possibili soluzioni per affrontare il riscaldamento globale e per aggiornare e rendere più concreti gli impegni assunti nel 2015 nella conferenza di Parigi sul clima. Sul tavolo il problema: la necessità di tagliare più drasticamente le emissioni di anidride carbonica (CO2). E’ da ricordare che la Conferenza in Polonia inizia a poche settimane di distanza dalla pubblicazione di un nuovo rapporto da parte dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) delle Nazioni Unite (l’IPCC è l’organismo che si occupa di analizzare scientificamente l’andamento del clima e di produrre modelli sulla sua evoluzione), che ha prospettato e ricordato per l’ennesima volta che o si cambia per limitare il più possibile i danni di inquinamento, oppure il futuro del pianeta si tingerà di tinte molto fosche. In particolare, ma questo dato è ormai cosa risaputa e inascoltata da tempo, L’IPCC ha confermato che un aumento medio della temperatura globale di almeno 1,5 °C è ormai inevitabile, ma soprattutto che bisogna assolutamente tenersi entro gli 1,5 °C in e per ottenere ciò è assolutamente necessario tagliare le emissioni di CO2 del 45% entro il 2020. In mancanza di azioni radicali, la temperatura media aumenterà oltre i 2 °C che causeranno eventi climatici sempre più estremi che cambieranno il clima di intere aree geografiche, con conseguenze tragiche per milioni di persone.
Dopo la parte ufficiale, la verità è che il problema di dimezzare la quantità di CO2 immessa in atmosfera in un paio di anni (per inciso ricordo che le regole decise nel 2015 diventeranno completamente effettive a partire dal 2020) è un obiettivo ormai irrealizzabile considerando che, nonostante gli impegni assunti nelle recenti conferenze sul clima, la quantità di emissioni di CO2 è tornata ad aumentare negli ultimi anni. Sono anni che scienziati, analisti e osservatori più sensibili al problema rilevano come ci sia una grandissima differenza tra ciò che i singoli paesi si impegnano a fare e i risultati che raggiungono. Sulla carta tutti si impegnano a ridurre le emissioni e ad aumentare l’impiego di fonti rinnovabili riducendo al contempo la loro dipendenza dai combustibili fossili, ma nei fatti molti paesi mantengono un forte impiego di carbone, petrolio e suoi derivati per produrre energia. Esempio ne è la Polonia, che oltretutto ospita la Conferenza, e che è stata molto chiara nel dire che l’80% dell’energia elettrica viene prodotto da centrali che sfruttano carbone e altri combustibili fossili, così come gli impianti per il riscaldamento degli edifici e non sembra avere intenzione di cambiare le cose e, addirittura,  ha annunciato la costruzione di una nuova centrale a carbone.
Ricordo, a riguardo, le indicazioni dell’IPCC
• ridurre le emissioni globali di CO2 in modo da arrivare nel 2030 a produrre il 45% di quelle prodotte nel 2010;
• produrre l’85% dell’energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2050;
• portare il consumo di carbone a zero il prima possibile;
• allocare almeno 7 milioni di chilometri quadrati (l’equivalente della superficie dell’Australia) alle coltivazioni per i biocarburanti;
• raggiungere l’equilibrio ed essere quindi a emissioni zero entro il 2050.
Conclusioni?
Dopo due settimane di negoziazioni non è stato fatto altro che ratificare entro il 2020 quanto deciso durante la COP21, la conferenza sul clima di Parigi del 2015 e, in particolare, sono stati decisi i criteri con cui misurare le emissioni di anidride carbonica e valutare le misure per contrastare il cambiamento climatico dei singoli Paesi, sul modo in cui i diversi Paesi, a seconda del proprio livello di sviluppo, dovranno ridurre le proprie emissioni di anidride carbonica, in particolare quelli in via di sviluppo che hanno ottenuto una maggiore flessibilità nella messa in pratica delle regole in modo da poterle rispettare più facilmente, ma è rimasto nel limbo delle indecisioni  come i paesi più ricchi aiuteranno quelli in via di sviluppo in caso di siccità e disastri naturali.
Ovviamente, come è noto e ormai ci siamo abituati in questi teatrini mondiali dal 1972, secondo alcuni osservatori le decisioni prese a Katowice non sono sufficienti per affrontare con tempestività il problema del cambiamento climatico, secondo altri però i compromessi raggiunti in questa e altre conferenze del passato, per quanto non sufficienti, sono gli unici possibili e questi incontri internazionali sono un modo per creare cooperazione e fiducia tra i paesi del mondo.

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