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Terre d'autore

Terre d'autore (2)

Droctulft. La storia del guerriero e della prigioniera

La sua casa era al Nord, tra i boschi e le divinità. Quando crebbe divenne un guerriero, il suo aspetto era atroce a vedersi, una lunga barba gli ricadeva sul petto robusto, ma il suo animo era puro e semplice. Il suo nome era Droctulfo. Come duca servì i Longobardi, la sua gente,  fieramente e con coraggio. La guerra lo portò lontano dalla sua patria, dalle rive del Danubio e dell'Elba giunse fino in Italia, e di lì a Ravenna. Non l'aveva mai vista e ne rimase affascinato. Spazi aperti delimitati da cipressi e templi, statue di marmo ed iscrizioni latine che sfidavano il tempo sulle bianche pietre di qualche arco. Qualcosa accadde nel suo animo, la fede negli dei della sua terra vacillò e crebbe la chiara consapevolezza  di un cambio di rotta. Forse, come scrive lo storico Paolo Diacono, gli tornò alla mente di quando fu prigioniero alla corte di Alboino, un antico marchio a fuoco che nemmeno i suoi meriti avevano potuto cancellare.  La sua terra ora prendeva contorni meno definiti, veniva chiamato traditore da quelli che considerava fratelli, ora era un disertore della patria, anche se come lui, alcune generazioni dopo, altri longobardi seguirono il suo esempio. 

Divenne difensore dell'impero nella guerra contro il re Autari, prima nell'assedio di Brescello, poi a Ravenna, nella riconquista del porto di Classe.  Quando morì non volle essere seppellito nella terra dei suoi avi, ma nel cuore dell'antica capitale, davanti alla soglia del martire Vitale, e sopra alla sua tomba un epitaffio a ricordare chi fu:  “In questo tumulo è chiuso, ma solo con il corpo, Droctulfo perché, grazie ai suoi meriti, egli vive in tutta la città. Egli fu con i Bardi, ma era Svevo di stirpe: e perciò era soave a tutte le genti. Il volto era tremendo all'aspetto, ma l'animo buono, la sua barba fu lunga sul petto robusto. Amò sempre le insegne del popolo romano, sterminò la sua stessa gente. Per amor nostro, sprezzò gli amati genitori, reputando che qui, Ravenna, fosse sua patria. Prima gloria fu occupare Brescello. E in quel luogo restando, terrifico fu pei nemici. Poi sostenne con forza le sorti delle insegne romane, Cristo gli diè da tenere il primo vessillo. E, mentre Faroaldo con frode trattiene ancora Classe, egli prepara le armi e la flotta per liberarla. Battendosi su poche tolde sul fiume Badrino, ne vinse infinite dei Bardi, e poi superò l'Avaro nelle terre orientali, conquistando la massima palma per i suoi sovrani. Con l'aiuto del martire Vitale, giunse da loro: spesso vincitore, acclamato, trionfa. Per le membra egli chiese riposo nel tempio del martire: qui è giusto che, morto, egli resti. Egli stesso lo chiese, morendo, al Sacerdote Giovanni, per il cui pio amore venne a queste terre.”

Dell'epitaffio e della tomba non rimane nulla a Ravenna, solo un muro tra il Battistero degli Ariani e la Chiesa del Santo Spirito, un frammento di vita, quel che sopravvive della sua dimora divenuta poi sede del Palazzo episcopale. Droctulfo divenne così un protagonista inaspettato nelle pagine di storia della millenaria Ravenna, ma entrò anche nell'immaginario della modernità attraverso la letteratura,  ispirando grandi autori come lo scrittore argentino Louis Borges, che rimase affascinato dalla storia del guerriero quando la lesse per la prima volta in un libro di Benedetto Croce, La poesia, in cui egli narrava la sorte di Droctulfo e l'epitaffio che i cittadini di Ravenna avevano composto per lui in latino. Così ne venne fuori un racconto, Storia del guerriero e della prigioniera, uscito nella raccolta L'Aleph a metà del secolo scorso:  “Quando lessi nel libro di Croce la storia del guerriero, essa mi commosse in modo insolito ed ebbi l'impressione di ritrovare, sotto forma diversa, una cosa che era stata mia. Fugacemente, pensai ai cavalieri mongoli che volevano fare della Cina un infinito campo di pastura e che poi invecchiarono nelle città che avevano voluto distruggere; ma non era quello il ricordo che cercavo. Finalmente lo trovai; era un racconto che avevo udito una volta dalla mia nonna inglese, ora morta”. Nel racconto si contrappongono ancora barbarie e “apparente” civiltà, ma la scena si sposta in Argentina, dove una donna inglese dello Yorkshire si è trasferita nella feroce e brutale Pampa: “Un giorno, tra stupita e scherzosa, mia nonna commentava il suo destino di inglese esiliata in capo al mondo; le dissero che non era la sola, e mesi dopo le indicarono una donna india che attraversava lentamente la piazza. Era vestita di due coperte rosse e andava a piedi nudi... Un soldato le disse che un'altra inglese voleva parlarle. La donna assentì…Forse le due donne, per un istante, si sentirono sorelle; si trovavano lontane dalla loro cara isola, in un paese incredibile...Erano quindici anni che non parlava la lingua natale e non le era facile tornare a usarla. Disse ch'era dello Yorkshire, che i suoi genitori erano emigrati a Buenos Aires, che li aveva perduti in una scorreria, che lei era stata presa dagli indi e che ora era moglie di un capo, al quale aveva dato due figli e che era molto coraggioso. Disse tutto questo in un inglese rozzo, mescolato di araucano, e dietro il racconto si scorgeva una vita feroce: le tende di cuoio di cavallo, i falò di sterco, i banchetti di carne bruciacchiata o di viscere crude, le furtive marce all'alba, l'assalto ai chiusi, l'urlo e il saccheggio, la guerra... A tale barbarie s'era ridotta un'inglese. Mossa dalla pena e dall'indignazione, mia nonna la esortò a non tornare dai suoi. Promise che l'avrebbe protetta, che avrebbe riscattato i suoi figli. L'altra rispose che era felice, e la sera tornò al deserto.” La storia di Droctulfo narrata da Borges non vuole essere una ricostruzione storica rigorosa, ma un racconto, la versione più “spiccia”, come lui dice, dell'evento, proprio per focalizzare l'attenzione sul simbolo più che sul personaggio storico del duca svevo, sull'individuo e la necessità di scegliere e, quando occorre, di cambiare:  “Mille e trecento anni e il mare stanno tra il destino della prigioniera e il destino di Droctulft. Entrambi, oggi, sono irraggiungibili. La figura del barbaro, che abbraccia la causa di Ravenna, la figura della donna europea che sceglie il deserto, possono apparire contrarie. Eppure, ambedue furono trascinati da un impulso segreto, un impulso più profondo della ragione, e ambedue ubbidirono a quell'impulso, di cui non avrebbero saputo, dar ragione. Forse le storie che ho narrate sono una sola storia. Il dritto e il rovescio di questa medaglia sono, per Dio, uguali”.

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Roma, 1519. La memoria degli antichi nelle parole di Raffaello

L’attuale concetto di tutela del patrimonio storico-culturale e, quindi, di conservazione del nostro prezioso passato che respira attraverso l’arte, la carta e l’architettura, non è poi così attuale. Anzi, fin dal Rinascimento la spinta non solo di recupero, ma anche di imitazione dell’antico come archetipo a cui ispirarsi, inizia ad emergere prepotentemente nel panorama culturale dell’epoca e a formare una mentalità molto simile a quella odierna.

Il palazzo della Signoria a Jesi, con la sua torre che si innalza su via Pergolesi, si affaccia su una Piazza che porta il nome di uno storico jesino, umanista rinascimentale, nonché segretario di Papa Leone X. Il suo nome era Angelo Colocci. Egli contribuì alla stesura, insieme a Baldassarre Castiglione, di una lettera di Raffaello, marchigiano d’Urbino, indirizzata al Papa, avente come tema la protezione e conservazione delle vestigia di Roma antica. Siamo nel 1519 e Raffaello viveva ormai da più di dieci anni nella capitale, e aveva avuto modo di esser testimone, già allora, di un crescente degrado dei monumenti antichi. Non poteva che provare dolore per quella nobile patria così profondamente lacerata, non tanto dal tempo, ma dai barbari e, soprattutto, dall’incuria e dall’ignoranza degli uomini, compresi i precedenti pontefici, che “ hanno atteso a ruinare templi antichi, statue, archi e altri edifici gloriosi! Quanti hanno comportato che solamente per pigliar terra pozzolana si sieno scavati dei fondamenti, onde in poco tempo poi gli edifici sono venuti a terra! Quanta calce si è fatta di statue e d'altri ornamenti antichi! che ardirei dire che tutta questa Roma nuova che ora si vede, quanto grande ch'ella si sia, quanto bella, quanto ornata di palagi, chiese e altri edifici che la scopriamo, tutta è fabricata di calce e marmi antichi.»

Leone X, invece, per la sua cultura e mecenatismo, avrebbe potuto incarnare la possibilità di restaurare e ricostruire il volto antico di Roma, per quanto frammentario fosse.  La famosa lettera rappresentava una prefazione alla raccolta di disegni degli edifici della Roma imperiale eseguita da Raffaello su commissione di Leone X. Era un appello accorato quello dell’artista: “Non deve adunque, Padre Santissimo, essere tra gli ultimi pensieri di Vostra Santità lo aver cura che quel poco che resta di questa antica madre della gloria e della grandezza italiana, per testimonio del valore e della virtù di quegli animi divini, che pur talor con la loro memoria eccitano alla virtù gli spiriti che oggidì sono tra noi, non sia estirpato, e guasto dalli maligni e ignoranti”, ma che tuttavia rimase solo un buon proposito, perché l’anno dopo Raffaello morì e il mancato compimento del suo ritratto della Roma antica riempì di rammarico non solo il Papa ma anche molti altri letterati.

Non passò nemmeno un decennio che nel 1527 Roma venne messa a ferro e fuoco dal terribile Sacco dei Lanzichenecchi: “Sentivansi i gridi e urla miserabili delle donne romane e delle monache, condotte a torme da’ soldati per saziare la loro libidine […]. Udivansi per tutto infiniti lamenti di quegli che erano miserabilmente tormentati, parte per astrignerli a fare la taglia parte per manifestare le robe ascoste. Tutte le cose sacre, i sacramenti e le reliquie de’ santi, delle quali erano piene tutte le chiese, spogliate de’ loro ornamenti, erano gittate per terra; aggiungendovi la barbarie tedesca infiniti vilipendi”. Così descrive Guicciardini il passaggio di quell’orda. Così Roma bruciava e quell’idea di rinascita dell’antico tanto cara a Raffaello sfumava pian piano tra il fumo degli edifici in fiamme. Nei dipinti dei secoli successivi molti dipingeranno Roma e i suoi monumenti come relitti abbandonati a sé stessi, coperti di vegetazione e deturpati dal saccheggio di materiale per costruire una nuova Roma, forse non quella che aveva immaginato Raffaello.

Da Canaletto a Claude Lorrain fino a John Strutt, permane una Roma in rovina, monumenti in declino e isolati in mezzo alle campagne o appena fuori la città, un Colosseo coperto d’arbusti, pezzi di colonne sparse sul terreno e seminascoste dall’erba alta, archi di trionfo ammirati nella loro ormai inutile grandezza  da carri di passaggio e curiosi viandanti. Nel 2020 ricorrono i 500 anni dalla morte del grande artista marchigiano originario d’Urbino e questa riflessione si inserisce senza dubbio nel ritratto della sua vita e nell’attualità del suo pensiero, così come qualsiasi monumento con il volto ormai deturpato dal tempo e inglobato tra edifici moderni che incontriamo passeggiando per le nostre città piene d’arte e cultura, custodi di un’eredità che andrebbe salvaguardata e trasmessa alle generazioni future, per evitare di ripetere gli stessi errori del passato.  

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